Nizoral

Aggiornato il: mar 17

di Dino Garrafa.



Lui, seduto sul divano la guardava sapendo sarebbe stata l’ultima volta. Era stato lui a decidere, ma più la fissava più aveva l’impressione che in realtà, a deciderlo, fossero stati entrambi. Il bagliore artificiale della Play Station in stand by creava suggestivi tagli di luce nella stanza buia. Anche i calciatori sullo schermo della televisione, immobili, attendevano la fine di questa storia d’amore. Socchiuse gli occhi per qualche interminabile minuto. Si alzò dal divano, le si avvicinò, le prese con la mano e come in un ultimo dolce amplesso, se la infilò lentamente nel braccio sinistro.

- Vuoi ci fermiamo a quella stazione di servizio e prendiamo un caffè?

- No.

Queste erano state le uniche parole che si erano detti durante il viaggio.

Allo stop, l’auto si fermò con qualche sobbalzo . Non era stato mai un buon pilota suo padre. - Cazzo perché non vai più veloce. - C’è il limite guarda, 60 km orari… Ho detto a Gino di riordinare e far prendere un po’ d’aria alla casa. Anche la doccia e il rubinetto della cucina. E’ il custode … ma sa fare tutti i lavori.

- Non dovevi farlo, quello è un ruba soldi … e per giunta c’ha un figlio scemo. Mi sta sulle palle.

- No! Quel ragazzo c’ha una grave epilessia. Anche le cure con il Depakos non gli fanno niente.

- Depakin, si chiama Depakin ignorante.

Mattia conosceva bene i farmaci. Tutti quelli come lui conoscono bene i farmaci.

- Depakos, Depakin , il fatto è che quello sventurato di Gino ha dovuto installare in casa un sistema con un dispositivo che in automatico chiama il 118. E poi quel povero figlio, ha la tua stessa età.

- Basta! Discorsi inutili, come quelli che hai fatto per trent’anni con i tuoi colleghi del catasto.. Piuttosto digli di non salire su, stia nel suo seminterrato. Non voglio avere a che fare con lui.

- L’unica cosa che condividerai è il contatore della luce. Del resto ci da’ un piccolo fitto mensile.

- Chi cazzo se ne frega… E non dite a nessuno che sono qui… Nemmeno ad Anna. Ditele che sono partito, inventatevi qualcosa. Dillo anche a mamma che non si faccia uscire parola con lei.

Ad accoglierli Gino con un ampio gesto di braccia. L’auto entrò a fatica nell’apposito parcheggio.

- Ecco le chiavi Mattia. Sei forte tu. Tuo padre e tua madre … hanno fiducia in te.

Mattia, scostante, scese dall’auto mentre il padre a voce alta “ Ti manda a dire la mamma di non dimenticare di prendere le pillole per il fungo, se no si espande anche al collo”.

Il giovane aprì il cofano e scaricò tre bustoni di tela gialli di quelli che regalano ai supermercati, dai quali s’intravedevano maglie di lana ben piegate, caldi pantaloni di velluto, calze invernali …

Gino aprì le braccia verso Mattia e un grosso sorriso si disegnò sul suo volto paffuto facendo inarcare buffamente la sua barbetta nero corvino.

- Ciao Gino, ascolta bene, io sono venuto qui per riflettere. Voglio stare solo. Solo.

Gino non rispose. Come avrebbe potuto lui, muto dalla nascita?

Mattia entrò in casa: stufa accesa. Un terribile odore di pulito. Un divano e un televisore. In cucina e nel frigo di tutto: pasta, biscotti, surgelati … E il rubinetto che non gocciolava più.

Salì al piano sottotetto: Un letto ben fatto e un’altra televisione. coperte e piumoni invernali. Si affacciò dalla piccola finestra che dava sul viale e scorse suo padre dare due o tre banconote a Gino. Era stato sempre un pollo suo padre. Onesto, ma un pollo. Scese al piano di sotto. Sedette vicino alla stufa mentre sentiva l’auto fare due o tre manovre prima di andare via. Ora finalmente era solo. Pianse. Erano dieci anni che non piangeva. Fece una passeggiata in riva al mare che nonostante fosse inverno, era calmissimo. La prima notte la passò davanti alla televisione. Naso gocciolante e tremori muscolari, ma soprattutto, una gran voglia di farsi. Per distrarsi aprì i borsoni di tela e riordinò gli armadi. Da uno di quei borsoni , una busta di plastica. L’intero armadietto dei medicinali di casa, Malox per lo stomaco, Aspirina, Termometro, Cerotti, il Nizoral per quel terribile fungo che aveva sul petto e il Dividol per i dolori . Che ingenua sua madre, aveva messo nella busta il Nizoral che associato al Dividol, produce effetti simili alla morfina. Ricordò che un suo amico che assunse una dose massiccia di questa roba, era morto per overdose. Giorni e notti sempre uguali, da solo, ad affrontare la sua battaglia personale. Dolori allo stomaco, tremori muscolari e il chiodo fisso alla sola medicina che avrebbe potuto porre fine a questo strazio: l’eroina. A poco servono la camomilla e le docce calde soprattutto quando si è soli.

- Pronto Gianni, sì sono io, vieni, domattina , ok, ti aspetto.

La giornata con il suo amico Gianni, l’unico amico pulito che aveva, fu davvero speciale.

Giocarono a carte e insieme ironizzarono sui suoi dolori alle gambe simili all’artrosi dei vecchi.

Si salutarono in serata e Mattia rimase ancora da solo. Vomito, diarrea, dolori e tante sigarette , a tal punto che nonostante fosse inverno, era costretto a dormire con la porta esterna socchiusa, bloccato solo da una catenella, per non morire asfissiato. Una di queste notti, la settima, senti bussare alla porta: era Anna. Fecero l’amore, ma lui dopo tre botte, eiaculò immediatamente, come un adolescente. L’eroina è un ottimo ritardante, anche per questo motivo Mattia l’aveva assunta la prima volta. Una notte in preda ad una forte crisi prese una forchetta e la infilò in vena e mentre il rivolo di sangue scorreva sul suo braccio sporcando il divano … squillò il cellulare.

- Si mamma, ma chiami a quest’ora? Non dovresti essere a letto? Sì, sto bene, ci sentiamo domani.

Al mattino, la consueta passeggiata in riva al mare fu brevissima : c’era un vento gelido che lo costrinse a rientrare in casa subito. Regolò la stufa elettrica al massimo della potenza , versò del latte in una tazza e accese il microonde. Poi la compulsione irrefrenabile. Aprì il cassetto di medicinali vicino il divano e si calò un blister di Nizoral e sei pasticche di Dividol . Un flash violento per il cervello, poi i dolori che pian piano sparivano. Piacevole leggerezza . Sonno.

Gino bussò con insistenza alla porta, il contatore era scattato: forse Mattia aveva acceso troppi elettrodomestici. Spiò attraverso la fessura della porta bloccata dalla catenella e vide il giovane disteso, con gli occhi riversi e un pallore di morte. Gino sfondò la porta.

Mattia non amava le visite in obitorio. Preferiva i funerali, dove chi partecipa in genere manifesta il suo dolore con maggiore contegno. Ma questa volta sentì nel cuore il desiderio di farlo. Avvolto nel suo elegante impermeabile beige, tolse il cappello e si avvicinò lentamente alla bara. Sembrava stesse dormendo, un leggero sorriso disegnato su un viso paffuto ora pallido. La sua barbetta, dall’ultima volta che l’aveva visto, era diventata bianca. Accanto alla bara il figlio in tuta ginnica e giubbino viola con le lacrime agli occhi e scuoteva il capo. Mattia pensò a quel giorno in cui quell’uomo dal viso paffuto ebbe la prontezza di scendere in casa e azionare il dispositivo di soccorso. Grazie Gino. Mattia pianse.

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