Le scarpe

di Dino Garrafa



Emanuele cadde di spalle trascinato giù dal pesante zaino di Dragon ball. Erano in quattro. Quando li aveva visti sul marciapiede, aveva avuto la tentazione di cambiare strada, eppure non lo fece. “Non sono un codardo, devo affrontarli!”, aveva pensato tra sé con il cuore che scoppiava nel suo petto puerile coperto da una semplice camicia a quadretti. Adesso però era lì, in terra, i palmi delle mani scorticati dall’urto contro l’asfalto e la guancia che gli bruciava. Poggiato sui gomiti, con gli occhi sgranati, vedeva quei quattro cani ridere di lui. Aveva paura di ricevere ancora calci, pugni e schiaffi. Per riuscire a scappare avrebbe dovuto alzarsi, girare su sé stesso, riassettare sulle spalle lo zaino e poi fuggire. Ma dove? No. Lo avrebbero certamente raggiunto e colpito ancora. Sentì che gli sfilavano le scarpe. Le sue Nike nuove. Uno di loro gli sferrò un calcio nei fianchi che però non gli fece alcun male. Insulti, tanti insulti, e poi andarono via senza fretta. Senza paura. Emanuele sentì un senso di sollievo e nel suo cuore provò l’istinto di ringraziarli per non averlo ancora percosso. Rimase lì in terra senza scarpe. Le sue scarpe nuove. Le sue Nike.

Il suo compagno di banco era un troll. Così lo chiamavano tutti. Una montagna di lardo con una testa piccola e un puzzo insopportabile. Angelo non parlava quasi mai. Arrivava a scuola in anticipo portando con sé solo un quaderno che arrotolava e posizionava nella tasca posteriore del suo pantalone taglia 54. Passava le ore a scaccolarsi il naso con disinvoltura come se fosse la cosa più normale del mondo. Emanuele si chiedeva come mai fosse proprio lui il suo compagno di banco. Chi lo aveva deciso? Lui no, ne era certo. Eppure era naturale che ogni mattino si trovassero lì, l’uno accanto all’altro. Senza dirsi nulla.

Quella mattina Emanuele sentiva il bisogno di raccontare a qualcuno ciò che gli era accaduto. Spiegò ad Angelo del perché indossava delle vecchie scarpe anziché le Nike gialle e nere che gli aveva mostrato orgogliosamente qualche giorno prima. Gli disse ch’era stato suo padre a regalargliele. Gli raccontò dei colpi subìti e dell’ umiliazione provata nell’arrivare a casa scalzo. Angelo lo ascoltava continuando a mangiare il suo enorme panino con mortadella, e nella più totale indifferenza, dopo aver ingurgitato l’ultimo boccone, cominciò a scaccolarsi il naso provocando in Emanuele un senso di disgusto oltre che di profonda solitudine. “Lasciali stare, sono più forti di te.” biascicò Angelo spargendo dalla bocca un deciso odore di mortadella.

Tornando da scuola, Emanuele fece, come succedeva ormai da giorni, un’altra strada, un po’ più lunga ma più sicura. Sapeva che appena arrivato a casa la mamma gli avrebbe fatto trovare sopra il comodino le ciabatte che doveva calzare velocemente prima di sedersi a tavola. Con le ciabatte ai piedi, suo padre non avrebbe capito che le Nike erano sparite. Era stato questo il patto: “Mamma ti racconto tutto, ti dico che fine hanno fatto le mie scarpe, però tu promettimi di non dire nulla a papà. Non deve sapere nulla. Promettimelo. Non voglio che sappia …”

A tavola suo padre non chiese ad Emanuele perché portasse le ciabatte ai piedi, forse non lo notò neanche. Guardò il telegiornale, parlò di politica, dei preti, delle stagioni che ormai non si capisce più nulla e poi andò a riposare. Anche quel giorno Emanuele aveva vinto. Suo padre non si era accorto di nulla. Non si era accorto che lui si era fatto rubare le scarpe.

A scuola, quel mercoledì, come al solito, alla terza ora c’era educazione fisica. Per fortuna la palestra era chiusa per lavori, per cui finiva sempre che si stava in cortile. Era Aprile ed Emanuele amava stare all’aria aperta. Poteva muoversi, sedere sui gradoni accanto al cancello, osservare gli altri divisi in gruppetti, ma soprattutto poteva guardare il cielo, sentirsi al centro del mondo, sognare di essere un Dragon ball e di poter spiccare il volo con una trasformazione di terzo livello. Quel mercoledì fu Angelo che si avvicinò ad Emanuele. Lo invitò a guardare fuori dalle inferriate della scuola. Là fuori c’erano i quattro cani che ridevano tra loro, ed uno, quello che gli aveva sferrato il calcio nei fianchi, il biondo, indossava le sue scarpe: Le Nike gialle e nere che gli aveva regalato suo padre. Emanuele rimase a fissarlo crudelmente mentre la rabbia lo costringeva a serrare i pugni. Corse al cancello e uscì in strada. Non c’erano più. I quattro cani erano spariti. Fece il giro dell’isolato ma non incontrò altro che uomini e donne indaffarati, in movimento, impegnati, felici insomma. Tornò a scuola.

Passavano i giorni, tutti uguali. Ma quel giorno per Emanuele sarebbe stato un giorno importante. Arrivò a scuola prima del solito. Aspettava Angelo. Stette per minuti appoggiato al muretto, con la testa in alto a fissare i batuffoli di polline che il vento tiepido trasportava in cielo. I quattro cani lo accerchiarono senza che neanche lui ebbe il tempo di accorgersene. Due di loro gli si avventarono addosso prendendolo a schiaffi. Volevano i soldi. Emanuele porse loro gli unici pochi spiccioli che possedeva, ed i cani, dopo avergli dato un altro paio di ceffoni, lo strattonarono e lo spinsero oltre una siepe. Rimase inerme in terra. Pianse.

Fu Angelo, non si sa come, a trovarlo lì in terra. Lo rialzò, lo aiutò a ripulirsi dalla polvere, gli offrì un sorso di cocacola dalla sua lattina, poi bevve ancora lui, ed emettendo un altisonante rutto lo accompagnò verso l’ingresso della scuola. Sedettero allo stesso banco, per tutta la mattina. Emanuele non uscì in cortile neanche per la ricreazione. Silenzio. Stette in silenzio per quattro ore. Il sottofondo lontano della voce dei professori che spiegavano matematica, italiano, geografia, era come il rumore di un mare lontano. Verso la fine della mattinata si rivolse ad Angelo. – Perché? – gli chiese . Angelo non rispose. Strappò un foglio dal suo quaderno, lo piegò a forma di aeroplanino e lo lanciò in aria. Il volatile di carta volteggiò in aula disegnando traiettorie circolari, imprevedibili cambi di rotta, fino a planare delicatamente sulla cattedra. Il professore di storia prese in mano quell’oggetto con disprezzo, per la coda, come fosse un topo morto. - Chi è l’autore di questo? – Chiese irritato. - Sono io professore. - Esclamò Angelo mettendosi in piedi. “Sono io”.

Il professore non poté esprimere la sua rabbia perché appena prese fiato nei polmoni, fu interrotto dal suono della campanella d’uscita. Nella calca, tra i compagni che cercavano di raggiungere la porta, Emanuele, con il suo zaino di Dragon ball in spalla, ed un paio di scarpe vecchie ai piedi, prese d’istinto l’aeroplanino di carta dalla cattedra e lo infilò maldestramente nella tasca del pantalone.

Quella notte Emanuele non riuscì a dormire. Pensava a quei cani, alle Nike che non aveva più, al fatto che suo padre prima o poi avrebbe scoperto tutto. Aveva paura, ma doveva riuscire a riprendersi quelle scarpe. Cosa mai avrebbe pensato suo padre di lui?

Un altro pensiero ricorreva in quella notte agitata. “Perché a me?” – pensava. Perché nessuno osava fare un gesto così umiliante a quel troll di Angelo? No, non era per la stazza. Angelo era goffo e flaccido, un bersaglio facile per quei cani, ma perché allora non a lui? Cosa aveva Angelo di speciale che lui non aveva? Si alzò di scatto, prese il pantalone lasciato frettolosamente in terra la sera prima, ed estrasse dalla tasca l’ aeroplanino di carta malconcio e sgangherato. Ricordò le libere evoluzioni in volo che quell’ aereo aveva fatto attraversando lo spazio fino a planare leggero sulla cattedra davanti agli occhi del professore di storia. L’aeroplano non aveva sfidato, aveva semplicemente attraversato l’aula, liberamente, senza timore. Emanuele adesso aveva capito tutto.

Il giorno dopo, all’uscita da scuola, Emanuele attraversò la strada più breve, quella che era giusto percorresse, con passo leggero ed un senso di assoluta libertà. Vide da lontano il branco. Si avvicinò, lo attraversò. I quattro cani rimasero immobili. Si fermò un po’ più avanti, si tolse le scarpe, e a piedi nudi attraversò l’ultimo tratto e arrivò a fino a casa. La madre rimase attonita quando egli attraversò la porta di casa. Fu come se avesse attraversato delicatamente il suo cuore di madre. Emanuele percorse l’intero corridoio, arrivò in sala da pranzo e spense il televisore. Si pose ritto a piedi nudi con le scarpe in mano davanti al padre e attraversò i suoi occhi. L’uomo lo guardò e sorrise. “Sono io” rispose lui. Le paure si attraversano.

Ogni tanto Emanuele e Angelo bevono cocacola e fanno la gara a chi fa il rutto più forte.

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